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BMW Berlin Marathon 2026

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Domenica 27 settembre ho corso la Maratona di Berlino. La mia quinta Major.

Sono arrivato a Berlino con parecchi dubbi. La preparazione, nel complesso, era andata abbastanza bene: gli allenamenti più brevi erano quasi sempre riusciti come previsto; il problema erano stati i lunghissimi.

Preparare una maratona di fine settembre vivendo a Barcellona significa fare buona parte del lavoro durante il caldo di luglio e agosto che quest’anno il si è fatto sentire parecchio. Tutti i lunghissimi sono stati difficili: dalla metà in poi diventavano una sofferenza, con pause per bere, rinfrescarmi o semplicemente rifiatare. Non ne avevo chiuso praticamente nessuno con quella sensazione che cerchi prima di una maratona: ok, la distanza c’è.

A questo si aggiungeva il lavoro, tanti pensieri, poca testa per la gara. La cosa strana è che non ero nemmeno particolarmente agitato: Berlino si avvicinava, ma io continuavo a non sentirla.

Verso Berlino

Ho volato il venerdì mattina.

Già in aeroporto si iniziavano a vedere i primi segnali di una Major. Al gate era pieno di persone con scarpe palesemente da running, Garmin al polso, magliette Ironman o di altre gare. Probabilmente uno dei giorni più gettonati per raggiungere Berlino dalla Spagna e, considerando che alla maratona partecipano più di 50.000 persone, non era difficile trovare altri runner.

Il viaggio è stato tranquillo, con quella piccola dose di ansia che si ha sempre quando si viaggia da soli.

Atterrato a BER ho trovato facilmente il treno per il centro. Il biglietto dei mezzi era già incluso nell’iscrizione alla maratona, quindi almeno una cosa a cui non pensare.

Non avevo praticamente mangiato e ho preso un paio di snack per tirare fino all’hotel. Check-in verso le 14 e subito fuori alla ricerca di qualcosa di semplice. Una delle mie preoccupazioni per il weekend era proprio riuscire a mangiare decentemente senza inventarmi nulla di strano prima della gara.

Ho trovato un ristorante hawaiano e preso una bowl con riso bianco, zucchine e pollo. Esattamente quello che cercavo.

Poi direttamente all’Expo.

Pettorale, Expo e ancora nessuna scintilla

L’agenzia con cui sono andato a Berlino aveva organizzato un pullman per l’Expo, ma sarebbe partito più tardi. Ho preferito andarci da solo, togliermi subito l’incombenza e avere poi il resto della giornata per riposare.

L’Expo è all’interno dell’ex aeroporto di Tempelhof, una location decisamente particolare.

Il ritiro del pettorale è stato semplicissimo: stampa, controllo del numero e conferma della wave B. Poi il classico giro tra gli stand, con Adidas come sponsor principale e una quantità enorme di scarpe, abbigliamento e attrezzatura che cerca in tutti i modi di far spendere soldi al povero runner.

Ho cercato di resistere.

Le magliette non mi piacevano particolarmente, ma un ricordo di Berlino volevo portarmelo a casa. Ho trovato una felpa che mi piaceva e, fortunatamente, era rimasta l’ultima della mia taglia. Ho anche comprato uno scaldacollo perché ovviamente il mio l’avevo dimenticato a casa e le temperature per il mattino dpo e quello della gara erano previste abbastanza basse.

Prima di uscire ho cercato il mio nome sulla grande parete con quelli di tutti i partecipanti. Con più di 50.000 nomi non è stato per nulla semplice.

Forse quello avrebbe dovuto essere il momento in cui realizzavo davvero di essere lì ma niente, ancora nessuna scintilla.

Sono tornato in hotel, mi sono riposato un po’ e la sera sono andato in una pizzeria che mi aveva consigliato il mio amico Marco. Non proprio dietro l’angolo: metro anche per andare a cena. Con il senno di poi avrei potuto scegliere ristoranti un po’ più vicini all’hotel, ma almeno avevo prenotato tutto in anticipo e non dovevo mettermi a cercare un tavolo all’ultimo momento.

Pizza molto buona e poi a letto.

Il giorno prima

Sabato mattina avevo la shake-out run organizzata dall’agenzia.

Abbiamo fatto un giro nella zona di partenza e arrivo e ci hanno dato qualche informazione sulla gara. Niente che non sapessi già, tranne una cosa abbastanza importante: la domenica l’hotel non avrebbe anticipato la colazione.

Piccolo problema.

Prima di una maratona non ho molta voglia di improvvisare la colazione o farla di corsa prima di andare alla partenza, quindi avrei dovuto comprare tutto e arrangiarmi in camera.

A pranzo è arrivata mia moglie, venuta a Berlino per fare il tifo. Siamo andati in un ristorante vietnamita, anche questo abbastanza semplice e salutare, poi passeggiata fino al supermercato per comprare quello che mi sarebbe servito la mattina seguente.

Il pomeriggio lo abbiamo passato soprattutto in hotel, riposando e organizzando la domenica: dove avrebbe cercato di vedermi durante la gara, da che lato della strada, dove ci saremmo incontrati dopo.

E ho deciso definitivamente il piano gara.

Nonostante i dubbi sulla preparazione e le previsioni di una giornata alla partenza fresca ma che si sarebbe scaldata parecchio in fretta, avevo addirittura ritoccato leggermente in meglio il piano che avevo pensato inizialmente:

5 km a 4:30/km.
10 km a 4:25/km.
15 km a 4:20/km.
E poi quello che resta.

In pratica: arrivare al km 30 controllato e da lì vedere cosa avevo.

La sera, pizza. Come da tradizione.

Il ristorante lo avevo prenotato praticamente alla cieca mesi prima ed è stata una piacevole sorpresa. Poi hotel, preparazione delle ultime cose e a letto.

Notte pessima come tutti i pre-gara, non so quanti risvegli.

Finalmente, la maratona

Sveglia alle 6.

Caffè, bagno, pane con marmellata, frutta secca e un po’ di sali da bere progressivamente fino alla partenza.

Alle 7 appuntamento con gli altri dell’agenzia. Nelle prime tre wave eravamo soltanto in tre. Alla fine abbiamo anche scoperto che il bar dell’hotel era in realtà aperto, ma a quel punto ero contento di essermi organizzato da solo.

Saluto mia moglie e si va.

Camminata fino all’ingresso dell’area atleti, foto di rito davanti al Reichstag e poi dentro. Eravamo in anticipo e faceva abbastanza fresco, quindi siamo rimasti un po’ a chiacchierare priam di lasciare gli indumenti al guardaroba cercando soprattutto di non prendere freddo.

A circa 45 minuti dalla partenza lasciamo gli zaini e ci separiamo. Ognuno verso la propria wave.

Passaggio al bagno e poi finalmente nel cassone di partenza.

È lì che, dopo due giorni a Berlino, qualcosa finalmente cambia: la musica, i migliaia di runner intorno, la gente che si scalda, le immagini sugli schermi: la maratona diventa finalmente reale.

La sensazione è un misto tra che figata, sto per correre Berlino e tra poche ore sarà tutto finito.

Mi è già successo altre volte sopratutto quando sai che non sarà la gara perfetta che speravi a inizio preparazione e che dopo si ricomincia con il lavoro di tutti i giorni.

Partone la competizione in sedia a rotelle poi gli elite e finalmente noi!

4:30. Piano

Parto bene.

Nessun ingorgo particolare e riesco subito a mettermi sul ritmo che avevo deciso. Anzi, devo sforzarmi un po’ per restare intorno ai 4:30/km.

Al quinto chilometro arriva anche la prima sosta non prevista: evidentemente i sali bevuti dalla mattina hanno fatto il loro lavoro fin troppo bene e devo fermarmi nuovamente al primo bagno chimico.

Riparto e porto il ritmo verso i 4:25 previsti.

Dopo qualche chilometro, però, sono già intorno ai 4:20.

Mi sento un po’ più stanco di quanto vorrei a questo punto della gara, ma il cardio mi tranquillizza. Le pulsazioni sono basse, ancora in Z2. La Z3 arriva soltanto dopo più di dieci chilometri.

Decido quindi di rimanere lì, intorno ai 4:20.

Al km 8 avrei dovuto vedere mia moglie. Non ci troviamo. Probabilmente sono passato dal lato sbagliato della strada.

Per il resto tutto procede secondo programma. Gel e sali esattamente quando previsto e acqua praticamente a ogni ristoro. Bere correndo dai bicchieri di plastica continua a non essere una delle mie abilità migliori, ma in qualche modo funziona.

Al km 20 finalmente vedo mia moglie. Mi fa bene. Un po’ di carica e avanti.

Qualcosa non torna

Alla mezza, però, la sensazione è abbastanza chiara.

Sono più stanco di quanto dovrei.

Non sono in crisi. Non ho problemi di fiato e il cuore continua a essere relativamente basso ma so come dovrei sentirmi a metà maratona e non è così.

Decido che è meglio rallentare un po’ ma come previsto da lì comincia lentamente il declino.

Al km 30 sono in difficoltà e a quel punto smetto praticamente di pensare alla maratona nel suo insieme.

Mi concentro soltanto sulla prossima cosa da fare.

Sali al 30esimo.

Gel al 32esimo.

Mia moglie al 37esimo.

Gel al 38esimo.

Un piccolo obiettivo alla volta.

Il problema è che in realtà da un po’ ho già anche un altro piano: al km 37, quando vedo mia moglie, mi fermo un attimo.

Non perché non riesca più a correre, semplicemente perché voglio rifiatare.

E quel pensiero rimane lì per più di cinque chilometri.

Quando finalmente la vedo, faccio esattamente quello che avevo deciso, mi fermo un momento, la saluto, recupero un po’ e riparto.

Poi mi fermerò ancora un paio di volte. Le gambe non fanno particolarmente male, il fiato c’è e il cuore non mi dà mai la sensazione di essere vicino al limite ma sono stanco. Il mio pensiero, almeno a caldo, è molto semplice: non avevo la testa e la concentrazione per continuare a soffrire. Perché anche se stai bene, al km 37 di una maratona la sofferenza c’è sempre.

Le gambe c’erano?

Arrivo così al km 41 con qualche pausa alle spalle e ormai nessuna particolare attenzione al cronometro.

Poi vedo la Porta di Brandeburgo e riparto forte. L’ultimo chilometro viene fuori intorno ai 4:00/km.

Questo non significa che avrei potuto correre tutta la seconda metà della maratona a quel ritmo. E non dimostra neanche che avessi nelle gambe il tempo che cercavo: la maratona non funziona così.

Però mi lascia una sensazione abbastanza chiara: qualcosa era rimasto.

Passo sotto la Porta di Brandeburgo e poi sul traguardo. Non guardo neanche il cronometro.

So già che non è il tempo che volevo e, a quel punto, sinceramente non mi interessa molto sapere se siano tre minuti in più o tre in meno. Mi interessava soltanto non trasformare una gara difficile in un disastro.

Il Garmin alla fine segnerà 3:13:29, 42,60 km a 4:33/km, con 147 bpm di frequenza cardiaca media e 166 di massima.

Nove minuti più lento del 3:04 corso pochi mesi fa. Non quello che speravo per Berlino in primavera ma meglio di quello che i lunghissimi mi avevano suggerito.

Quinta stella

Dopo il traguardo non sono soddisfatto ma contento.

Prendo la medaglia, recupero lo zaino, cerco l’engraving, prendo da bere l’acqua ma non trovo la birra!

A Chicago ero rimasto molto più deluso. Avevo corso 3:24, la mia peggior maratona da parecchio tempo, dopo due gare intorno alle 3:06. L’avevo corsa proprio male, anche stringendo i denti.

Berlino è diversa: non ho corso bene. Avrei probabilmente potuto soffrire di più, soprattutto negli ultimi chilometri. Ma a 24 ore di distanza non ho particolari rimpianti.

Sotto sotto, credo di sapere che il problema non è iniziato al km 30 di Berlino, è iniziato durante l’estate.

Preparare una maratona di settembre vivendo a Barcellona non è semplice. Allenarsi al mattino quest’estate significava correre con minimo 26 gradi anche partendo presto. I lavori più brevi sono andati bene, ma i lunghissimi no. Mai uno veramente convincente. Mai uno che mi facesse arrivare a casa pensando di avere completamente sotto controllo la distanza.

Forse a Berlino avrei potuto tirare fuori qualche minuto in meno stringendo maggiormente i denti ma non credo che avrebbe cambiato la gara.

Quello che conta è che la quinta Major è fatta.

Tra quelle che ho corso, Berlino non finisce in cima alla mia classifica personale. Lì restano Londra e New York, poi Boston. Chicago e Berlino vengono dopo. Ma so anche che è difficile separare completamente il giudizio sulla gara dal risultato: e sia Chicago che Berlino non sono andate come speravo.

Adesso ne manca solo una.

Tokyo.

E, stranamente, a Tokyo ci ho pensato praticamente subito.

Sarà la sesta Major. Quella della Six Star Medal.

Questa volta vorrei arrivarci meglio. Più tranquillo, con una preparazione fatta bene e soprattutto con dei lunghissimi che mi diano la fiducia che mi è mancata prima di Berlino. In mezzo ci saranno sì le vacanze natalizie ma le temperature permetteranno di allenarsi meglio. Sono fiducioso.

A Berlino ho portato a casa la quinta stella, a Tokyo non voglio soltanto portare a casa la sesta.