Maratona di Londra 2024: il passo che non mi aspettavo di tenere

Alla vigilia della mia prima Major mi chiedevo a che passo si parte una maratona quando l'ultimo lungo è andato male, e fino a che punto lo si tiene. Il piano me l'avevano dato i coach, e io ho deciso di fidarmi, anche se quel passo mi sembrava troppo ottimistico.
Arrivare a Londra
Londra è la mia prima Major e, soprattutto, la prima maratona davvero “grande” che corro. Per diversi anni ho provato a entrare con la lotteria, senza riuscirci, e questa volta sono andato con un’agenzia italiana. È anche la prima maratona che affronto con il coach Daniele.
Sono andato con Laura. Siamo arrivati tardi la prima sera e abbiamo dormito in un hotel all’aeroporto, per poi entrare davvero nell’atmosfera della maratona il giorno successivo. L’Expo mi è sembrato enorme, sicuramente il più grande che abbia visto finora.
Lì ho incontrato anche Stefano, un altro ragazzo allenato dal mio stesso coach con cui avevo già scambiato qualche impressione sugli allenamenti.

Da un lato ero emozionato, dall’altro abbastanza tranquillo perché non avevo grosse aspettative sul tempo.
Come mi capita spesso, ero poco consapevole della mia forma. Avevo corso molti più chilometri rispetto alle preparazioni precedenti e fatto allenamenti anche molto impegnativi, ma l’ultimo allenamento importante, un 16 km a ritmo gara, era andato male: già prima di uscire non avevo grandi sensazioni, il passo era buono ma la frequenza cardiaca si era messa alla deriva fin da subito.
Se in quel momento mi avessero chiesto come sarei partito la domenica della gara avrei risposto “camminando”.
Nei giorni successivi mi ero portato dietro anche un dolore all’arco plantare del piede, che mentre correvo sentivo appena ma a riposo faceva male, e qualche altro dolorino sparso, che poteva tranquillamente essere ansia pre-gara.
Il mio personale è 3:29:37, corso a Valencia nel 2022. Per Londra penso che qualsiasi cosa sotto le 3:15 sarebbe una buona gara.
La mattina della gara
Colazione in hotel, con le stesse cose che avevo già provato il giorno precedente.
Con Laura ci salutiamo in camera: io parto verso Greenwich, lei rimane ancora un po’ in hotel e poi proverà a spostarsi lungo il percorso per vedermi in alcuni punti che avevamo pianificato.
Il treno verso la partenza è zeppo di runner. Chiacchiero un po’ con gli altri ragazzi e, una volta arrivati, comincia la camminata sul prato verso le varie zone di partenza. Ci sono circa 8 gradi: praticamente il tempo perfetto per correre una maratona.
Sono tranquillo, per quanto si possa esserlo alla partenza della prima Major. Non sento di avere un tempo da difendere o un risultato obbligatorio da portare a casa. Il dubbio vero è un altro: capire se il passo che mi è stato suggerito abbia davvero senso.
Il passo
Il piano me l’aveva dato Daniele: partire a 4:25 al chilometro. A me sembrava semplicemente assurdo.

Venivo da una preparazione con molti più chilometri e allenamenti più impegnativi rispetto al passato, quindi avevo dei motivi per fidarmi. Ma tra sapere di essersi allenati bene e credere davvero di poter correre una maratona a 4:25 c’era ancora parecchia distanza.
Decido quindi di fare quello che mi è stato detto: trust the process. Partire a quel ritmo e soprattutto controllare la frequenza cardiaca. Se fosse rimasta dove doveva stare, avrei continuato. Altrimenti avrei rallentato.
Appena partito mi viene un dolore al piede, ma come arriva passa dopo poco.

Il tifo è incredibile: non c’è praticamente un minuto di silenzio, con persone ovunque. Il ritmo invece continua a sembrarmi quasi sospetto. Corro intorno ai 4:25 e resto in Z2 fino alla mezza maratona, una cosa che in allenamento non mi era mai riuscita. Dai dati, i primi trenta chilometri sono quasi piatti, tra 4:17 e 4:30, con la frequenza cardiaca che sale lentamente da 126 a 147 battiti.
Eppure non c’è mai davvero un momento in cui penso: ok, oggi faccio 3:06. Al contrario, continuo più o meno per tutta la gara ad aspettarmi che da un momento all’altro arrivi il conto e che io scoppi.
Del tempo finale non faccio praticamente calcoli. Capisco che sto andando molto meglio di quanto avessi immaginato, ma non quanto meglio.
La seconda metà
Il piano prevede di vedere come sto e di accelerare o rallentare di conseguenza. Sto bene e aumento un po’: dal chilometro 32 scendo a 4:10, e tra il 38 e il 42 corro tra 4:11 e 4:17, con la frequenza cardiaca fino a 158. Ne viene fuori una gara in negative split.
Con Laura avevamo pianificato quattro punti in cui incontrarci lungo il percorso. Al primo riusciamo a vederci. Poi scopriamo una delle caratteristiche delle Major: sulla carta spostarsi da un punto all’altro sembra semplice, ma con quella quantità di persone non lo è affatto. Rimane bloccata e alla fine durante la gara riusciamo a incrociarci soltanto un’altra volta.
Quando arrivo in centro, intorno al chilometro 36, comincio a essere un po’ in difficoltà. A quel punto però manca poco e il pubblico spinge tantissimo. Al quarantesimo arriva anche un accenno di crampo al quadricipite destro. Lo gestisco allungandolo un po’ mentre corro: ormai ci sono soltanto due chilometri da fare.

È solo sul rettilineo finale che guardo davvero l’orologio. E non ci credo.
Per tutta la preparazione avrei considerato un sub 3:15 un ottimo risultato. Il mio personale era 3:29:37. Invece sull’orologio vedo un tempo intorno alle tre ore e sei minuti. Non era semplicemente meglio di quanto sperassi: era un tempo che, almeno io, non avevo mai pensato di poter correre ora.
Cosa resta
Il tempo ufficiale è 3:06:11, un personale migliorato di oltre 23 minuti.
E la cosa più strana è che non arrivo nemmeno completamente distrutto. Laura rimane bloccata anche dopo la gara, questa volta nella metro, e raggiunge il meeting point parecchio dopo di me. Io la aspetto tranquillamente controllando il tempo ufficiale e cercando di realizzare quello che è appena successo. La sera riusciamo perfino ad andare a cena da amici.
Alla domanda con cui ero arrivato, a che passo si parte una maratona quando quel passo sembra troppo veloce e fino a che punto lo si tiene, la risposta di quel giorno è stata 4:25 fino a metà e un po’ di più dopo. Non so se valga in generale, ma quella volta ha funzionato decisamente bene.
Questa gara mi fa anche capire una cosa: non sono molto bravo a valutare la forma in cui arrivo a una maratona. Ho fatto la preparazione più consistente di sempre e, nonostante questo, sono partito convinto che prima o poi sarei scoppiato.
Era l’obiettivo A della stagione ed è andato a segno. Ma soprattutto è la mia prima Major, e difficilmente avrei potuto chiedere un esordio migliore.
Questa gara fa parte delle mie Major.


