Maratona di New York 2024: tenere il ritmo fino a Queensboro

Arrivare a New York
New York è la mia seconda Major dopo Londra, ma è anche la prima maratona intercontinentale. E questa volta sono da solo.
So che sarà più dura di Londra. Ho studiato bene il percorso e i continui saliscendi mi preoccupano, soprattutto nella seconda parte. Non penso di poter ripetere il 3:06 di aprile: parto pensando che sotto le 3:10 sarebbe già un’ottima gara.
C’è poi un’altra incognita che non ho mai avuto prima: il fuso orario. Cerco fin da subito di adattarmi agli orari di New York, soprattutto per sonno e sveglia, perché domenica bisognerà alzarsi prestissimo e poi aspettare parecchio prima della partenza.
Nei giorni prima della gara cerco anche di non esagerare con i chilometri a piedi, cosa non semplicissima a New York.
La città, tra l’altro, mi fa un’impressione diversa da quella che mi aspettavo. La trovo molto decaduta, sporca e con tantissime persone senza casa.
È anche Halloween: gente in maschera ovunque, confusione, Times Square piena e perfino un concerto di Snoop Dogg.
All’Expo vado con Marco, che corre anche lui. È con moglie e figlio e finiamo per mangiare insieme un paio di volte durante il weekend. È bello avere un po’ di compagnia in un viaggio che, per il resto, sto facendo da solo.
Marco arriva alla gara dopo un infortunio durante la preparazione e sa che per lui sarà complicata.
Dell’Expo, invece, non mi rimane moltissimo. Ricordo soprattutto di aver trovato il mio nome tra quelli dei partecipanti.
Incontro anche un’altra ragazza allenata dai miei stessi coach, che però non corre questa maratona. Prendiamo un caffè insieme.

Il giorno prima faccio un giro in barca nella baia fino alla Statua della Libertà: un buon modo per vedere qualcosa senza distruggere le gambe camminando per Manhattan. La sera, come sempre prima di una maratona, pizza.
Fisicamente sto bene. Gli ultimi allenamenti sono andati come dovevano andare e anche il piccolo fastidio alla gamba sinistra che avevo sentito nei giorni precedenti non sembra preoccupante.

Rimane da capire come mi sveglierò domenica.
La mattina
La partenza di New York è complicata quasi quanto la maratona.

Con l’agenzia partiamo molto presto. Il vantaggio è non dover pensare ai mezzi pubblici e alla logistica per arrivare a Staten Island, ma significa anche svegliarsi all’alba e poi aspettare un paio d’ore prima di correre.
È una delle cose che mi preoccupavano di più insieme al jet lag.
Invece sto bene.

L’attesa è lunga, ma il freddo è sopportabile e non mi sento stanco o assonnato. A quel punto l’idea che avevo già in testa prende una forma più precisa: provare a correre intorno a 4:25/km, il passo con cui pensavo di affrontare Londra, e tenerlo almeno fino a Queensboro Bridge. Lì avrei deciso cosa fare.
Non è esattamente un piano nato cinque minuti prima della partenza. Il 4:25 era già lì. È aspettando che capisco che, visto come mi sento, vale la pena provarci.
Poi arriva il colpo di cannone.
Il Verrazzano
Partire sul Verrazzano è uno di quei momenti che si ricordano.
Per tantissimi runner New York è la sfida di una vita. Per me, fisicamente, correre una maratona non lo è più. Ma essere arrivato fin qui, dall’altra parte dell’oceano e da solo, per correrla, è comunque qualcosa di importante.
Il primo chilometro è tutto in salita e passa in 5:18 complice anche il GPS che non prende benissimo sotto il ponte. Va benissimo così. Non c’è nessun motivo per recuperare subito.
Scendendo dal ponte comincia davvero la gara e mi assesto sul ritmo previsto. Brooklyn e Queens scorrono quasi sempre intorno ai 4:20-4:25/km.
Il pubblico è continuo e rumorosissimo, con l’eccezione di alcuni tratti nei quartieri ebraici dove improvvisamente sembra di essere entrati in un’altra gara.
La sensazione, comunque, è buona.
E davanti c’è Queensboro.
Fino a Queensboro
Queensboro Bridge era uno dei punti del percorso che avevo studiato di più e che temevo maggiormente.
È un falsopiano lungo e costante, senza pubblico. Dopo tutta la confusione dei chilometri precedenti, sul ponte cambia completamente l’atmosfera.
Lo corro in 4:52/km, il chilometro più lento dopo il primo. Ma la cosa sorprendente è un’altra: quasi non mi accorgo che sto salendo.
Continuo a superare persone e mi sento bene.
Quando arrivo dall’altra parte capisco che si può fare.
L’idea iniziale era arrivare qui a 4:25 e poi decidere. La decisione, a questo punto, è abbastanza semplice: continuare.
Manhattan, Bronx e Central Park
L’uscita dal Queensboro su Manhattan è impressionante. Dopo il silenzio del ponte, il rumore torna tutto insieme.
Continuo sul ritmo. Il percorso però non smette mai davvero di salire e scendere e, dopo il Bronx, comincio finalmente a sentire la gara nelle gambe.
Sono molto stanco.
La differenza rispetto ad altre maratone difficili è che la testa c’è. Non penso mai seriamente di fermarmi e continuo a correre, anche quando i chilometri diventano più lenti. Il passo oscilla tra circa 4:13 e 4:35/km e la frequenza cardiaca sale fino a 159.
Central Park è duro. Le salite finali sembrano molto più lunghe di quanto dovrebbero e ormai le gambe fanno male.
Ma Queensboro è passato da parecchio e il sub 3:10 non è più il vero obiettivo. Sto correndo praticamente sugli stessi tempi di Londra.
Arrivo sul traguardo in 3:06:44.

Quasi lo stesso tempo di Londra, su un percorso che consideravo molto più difficile.
La prima cosa che penso è abbastanza semplice: se riesco a fare 3:06 qui, su una maratona facile posso sicuramente abbassarlo.
Dopo il traguardo
Una delle cose che mi colpisce di più è il silenzio.
Dopo chilometri di pubblico e rumore, appena passato il traguardo sembra che qualcuno abbia spento tutto.

Ho le gambe distrutte. Avevo sentito dire che le strade americane, per il tipo di fondo, possono risultare particolarmente dure sulle gambe; non so quanto sia vero, ma oggi le ho patite parecchio.
Per uscire bisogna continuare a camminare per quasi due chilometri. La voglia di fermarmi è enorme, ma resisto. Dopo circa un chilometro, paradossalmente, le gambe cominciano già a stare un po’ meglio.
Esco con la medaglia al collo e mi avvio verso l’hotel. La gente per strada vede la medaglia e fa i complimenti. Mi fermo a comprare una lattina di Coca-Cola e un pacchetto di patatine, poi finalmente hotel, doccia e un film.
La sera esco a cena.
Mentre sono fuori vedo ancora gente che sta tornando dalla gara in quel momento. Alcuni sono completamente distrutti, fanno fatica perfino a stare in piedi. È una scena che rende bene quanto questa maratona possa essere dura anche molto dopo che i primi hanno tagliato il traguardo.
Anche Marco ha sofferto parecchio, come temeva dopo l’infortunio in preparazione. Ma alla fine siamo entrambi finisher della New York City Marathon.
Cosa resta
Sono partito pensando che sotto le 3:10 sarebbe stato un ottimo risultato.
Il percorso mi preoccupava, il jet lag era una novità e non sapevo come avrei reagito alla sveglia all’alba e alle ore di attesa prima della partenza.
Alla fine il jet lag non è stato un problema. Il temuto Queensboro è passato quasi senza che mi accorgessi della salita. E ho chiuso in 3:06:44, appena 33 secondi più lento di Londra.
La seconda metà è stata più lenta della prima, circa 4:24/km contro 4:21/km, ma su questo percorso mi sembra quasi inevitabile.
Il giorno dopo compro il New York Times con i nomi dei finisher. Cerco il mio.
C’è.

New York è stata molto diversa da Londra. Più complicata da organizzare, più dura da correre e, per me, anche più particolare per il fatto di essere venuto fin qui da solo.
Ma adesso una cosa mi sembra abbastanza chiara: 3:06 non è stato soltanto il risultato di una giornata perfetta a Londra.
E su una maratona veloce credo di poter andare più forte.
Questa gara fa parte delle mie Major.


