Running

Maratona di Boston 2025: la discesa pagata all'Heartbreak Hill

Training Log
🙂

A Boston ero arrivato con l'idea di tenere 4:25 al chilometro, ma le discese dei primi chilometri mi hanno spinto molto più forte e ho pagato tutto sull'Heartbreak Hill. Mi chiedevo se una maratona così si potesse correre inseguendo un tempo o se convenisse prenderla con più leggerezza.

Arrivare a Boston

Il pettorale l’ho ottenuto con il tempo di Londra: una qualificazione diretta, nonostante il cutoff. Ed è una cosa che mi ha fatto particolarmente piacere.

Ero molto contento della qualificazione. Per molti riuscire a fare il tempo per Boston è già un obiettivo. Io l’avevo fatto a Londra senza nemmeno pensarci e forse è stato il momento in cui ho iniziato a rendermi conto che i miei tempi non erano poi così male.

Mi sono iscritto soprattutto per due motivi. Il primo è che non ero affatto sicuro di riuscire ad avere di nuovo il tempo necessario e non volevo buttare via l’occasione. Il secondo è molto più pratico: la maratona cade esattamente nella settimana di Pasqua. Le bambine non hanno scuola e io e Laura possiamo lasciarle qualche giorno dai nonni, correre la maratona e poi fare anche un po’ di vacanza.

Boston mi piace subito. È una città che trovo molto europea e durante il weekend sembra completamente invasa dai runner: tutto gira intorno alla maratona. Essere qui con Laura rende anche tutto più semplice. In qualche occasione io rimango in hotel a riposare mentre lei gira un po’ per la città, ma per il resto passiamo il weekend insieme.

La forma mi sembra più o meno quella di Londra e New York. Il problema è che Boston, sulla carta, è molto più complicata. Non penso di poter correre ancora intorno alle 3:06.

La prima uscita è una corsetta di pochi chilometri per far girare le gambe e combattere il jet lag. Corro lungo il fiume, un percorso molto bello, e intravedo anche alcuni professionisti impegnati in uno shooting.

Fiume Charles a Boston con la pista ciclabile al tramonto

Poi il ritiro del pettorale e l’Expo. Il numero è il 10353 e ormai il logo dell’unicorno è veramente ovunque. Guardo ancora una volta la mappa del percorso: l’avevo studiata parecchio e continuo a chiedermi quanto si faranno sentire tutte quelle salite nella seconda parte. Sulla carta Boston è decisamente diversa dalle maratone che ho corso finora.

Ritiro del pettorale 10353 per la Maratona di Boston
Davanti al logo della Boston Marathon 2025 con l'unicorno

La mattina della gara

Sveglia presto, colazione provata più volte nei lunghissimi e poi saluto Laura. Abbiamo programmato alcuni punti in cui vederci lungo il percorso, ma sono un po’ preoccupato per lei perché non so bene quanto sarà semplice spostarsi. A Boston c’è sostanzialmente una linea ferroviaria che corre a fianco del percorso e, ovviamente, il giorno della maratona è presa d’assalto. Infatti uno dei nostri incontri salterà proprio per questo.

Io intanto mi sposto verso la zona di caricamento dei bus. C’è un po’ di caos e di coda, ma tutto è organizzato bene, anche se per salire sul bus ci vuole molto più di quanto mi aspettassi.

Runner in coda sotto gli alberi nel parco prima della partenza della Maratona di Boston

Forse è un bene, perché dopo un viaggio di circa un’ora arriviamo alla partenza con una sola ora di anticipo. Il bus è comodo ma estremamente caldo rispetto a fuori, con il riscaldamento a tutta potenza. Chiacchiero con un ragazzo americano, alla sua quinta Boston, che mi dà qualche consiglio, e il tempo passa in fretta.

Scuolabus gialli per il trasferimento alla partenza della Maratona di Boston

All’arrivo c’è solo il tempo per andare in bagno, correre cinque minuti e camminare fino alla griglia, che si trova a circa un chilometro dal running village.

Selfie tra i runner nel villaggio di partenza della Maratona di Boston

La discesa e il piano gara

Fin dalla partenza si capisce che il percorso sarà duro. Le salite sono salite vere e ci sono sempre, una dietro l’altra: non c’è un metro in piano. Si parte in leggera discesa, ma il ritmo si rompe subito e si sale per qualche metro, e così via.

Voglio tenere 4:25 al chilometro. L’idea è sfruttare la prima parte in discesa senza esagerare e poi, eventualmente, rallentare quando il percorso diventerà più difficile.

Faccio esattamente il contrario.

Guardo l’orologio, vedo che sto andando troppo forte e lo ignoro. Le discese dei primi chilometri fanno sembrare tutto facile e per i primi 26 chilometri corro quasi sempre tra 4:12 e 4:27, con la frequenza cardiaca intorno ai 143–147 battiti.

È una cavolata e dovrei saperlo. I primi chilometri di una maratona si possono quasi sempre correre più forte del previsto. Il problema è quello che succede dopo.

Dal decimo chilometro, inoltre, il gluteo e l’ischiocrurale destro cominciano a farmi male. Non è uno dei soliti piccoli fastidi che ogni tanto compaiono durante una gara: è un dolore che non ho mai avuto e mi preoccupa parecchio. Per qualche momento temo davvero che possa costringermi a fermarmi. L’ipotesi è che dipenda dalla discesa iniziale e dal continuo saliscendi, a cui non sono abituato.

Continuo comunque a tenere il passo.

Rispetto alle altre maratone che ho corso, qui il campo dei partenti è molto più compatto: chi corre nella tua griglia va davvero al tuo passo. Ho le stesse persone intorno dall’inizio alla fine, con momenti in cui sono io quello in difficoltà e momenti in cui lo sono loro.

Molto emozionante lo scream tunnel intorno alla mezza maratona, dove le ragazze del Wellesley College si fanno sentire dopo un tratto nel bosco particolarmente silenzioso. Incontro Maddi e Willi al miglio 14 e Laura al miglio 17, e mi distraggono un po’ dalla fatica.

L’Heartbreak Hill

Le salite intorno al trentaduesimo chilometro si fanno sentire parecchio, e il nome Heartbreak Hill se lo è guadagnato davvero. Non me l’aspettavo: pensavo di essere abbastanza in forma per correrla bene, e invece vado in coma.

In cima all’ultima salita devo camminare un attimo. La gamba destra fa molto male e soprattutto le gambe non ne vogliono più sapere di spingere. Non penso mai di non arrivare al traguardo: piuttosto cammino tutto quello che resta. Ma ormai è evidente che i chilometri iniziali stanno presentando il conto.

Quella piccola pausa mi dà un po’ di sollievo e riparto, anche se molto più lentamente di prima: tra il chilometro 38 e il 41 i passi sono tra 4:51 e 5:23.

Entrando in città, però, guardo RaceScreen sul Garmin e vedo che il tempo stimato è ancora sotto le 3:10. A quel punto l’obiettivo diventa quello. Le gambe sono finite, ma provo a raccogliere tutto quello che è rimasto per non lasciarlo scappare.

Il pubblico degli ultimi chilometri aiuta parecchio e riesco a chiudere in 3:09:46.

Selfie con il segno della vittoria all'arrivo della Maratona di Boston

Cosa resta

Dopo il traguardo trovo Laura abbastanza velocemente, ma tornare in hotel è un’altra storia. Non credo di aver mai avuto così male alle gambe dopo una maratona: faccio davvero fatica a camminare e per coprire una distanza normalmente banale ci vuole parecchio.

La sera riusciamo comunque a uscire a cena vicino all’hotel. Il giorno dopo lasciamo Boston per continuare il viaggio e passare qualche giorno in zona.

Rimane una maratona bellissima e molto affascinante. Ma alla domanda iniziale darei una risposta un po’ diversa: non è tanto che Boston vada necessariamente corsa senza pensare al tempo. Va rispettata.

Il piano di partire a 4:25 aveva senso. Sono stato io a ignorarlo appena ho visto che le discese mi permettevano di andare più forte. Sapevo che in maratona non si scherza con i primi chilometri e l’ho fatto comunque.

Boston il conto me l’ha presentato puntuale sull’Heartbreak Hill.

Alla fine il sub 3:10 è arrivato, per 14 secondi. Considerato come sono arrivato agli ultimi chilometri, me lo tengo molto volentieri.

Dopo l'arrivo della Maratona di Boston con la coperta termica e il pettorale 10353

Questa gara fa parte delle mie Major.