Le settimane 6 e 7 si chiudono con la mezza di Barcellona.

La prima è ancora piena: volume alto, un 3×10’ in Z3 come lavoro chiave e soprattutto il lunghissimo da 32 km la domenica precedente alla gara. Allenamento che, mentre lo finivo, ero convinto mi avrebbe presentato il conto.

Poi scarico. Meno chilometri, ma non più leggerezza.
Il giorno prima della gara non ero convinto. Mi sentivo stanco, poco concentrato. Sto dormendo male e ho preso qualche chilo. Il carico della preparazione maratona si sente e un 32 km a sette giorni da una mezza, sulla carta, non è il modo migliore per arrivare fresco.

Parto senza obiettivi ambiziosi. Mi metto su un passo intorno ai 4:10/km. Voglio solo capire come risponde il corpo.
I primi chilometri scorrono così. Anche sul primo falsopiano il ritmo resta stabile e la frequenza cardiaca non sale oltre la Z3. Non è una sensazione brillante, ma è controllata. Accelero leggermente. La FC rimane lì.

Mi dico: continuo così e vediamo quando si rompe qualcosa.
La situazione non cambia.
Passano i chilometri, il ritmo scende verso i 4:00/km. Sempre Z3 o Z4 bassa. Dopo l’ultimo strappetto al 18° provo a spingere ancora. Arrivato poco prima del 20°, faccio un conto rapido: se aumento ancora un po’, posso scendere sotto 1:25.
20° km in 3:48.
21° in 3:36.
1:24:57. PB.
La cosa più interessante non è il tempo. È che una settimana che percepivo come “troppo carica” si è rivelata sostenibile. Le sensazioni dei giorni prima non raccontavano la forma reale. Il 32 km non mi ha tagliato le gambe. Anzi, forse mi ha dato più base di quanto pensassi.
La differenza l’ha fatta partire senza pretendere nulla e leggere i segnali, chilometro dopo chilometro.
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